NOVA, la politica che riparte dall’ascolto

NOVA, la politica che riparte dall’ascolto: giovani imprese, lavoro e futuro al centro del confronto

Nella giornata di domenica 17 maggio 2026 ho preso parte a NOVA · Parola all’Italia, il percorso promosso dal Movimento 5 Stelle per contribuire alla costruzione condivisa del programma di governo dei prossimi anni.

NOVA nasce con un obiettivo preciso: rimettere al centro l’ascolto, il confronto e la partecipazione anche e soprattutto degli astenuti, quota che negli ultimi anni è aumentata parecchio. Non un semplice evento politico, ma un percorso aperto che coinvolge cittadini, territori e società civile, con l’obiettivo di trasformare idee e bisogni reali in proposte programmatiche.
Un processo partecipato e concreto, nato per costruire insieme il programma di governo dei prossimi anni, partendo dai territori e dal contributo diretto delle persone.

La giornata è stata un’occasione importante per discutere di temi concreti, lontani dalla politica fatta solo di slogan. Attorno ai tavoli di lavoro si sono confrontate persone con esperienze, sensibilità e competenze diverse, accomunate però dalla volontà di contribuire alla costruzione di proposte utili per il Paese.

NOVA, infatti, è entrato nella fase del confronto territoriale dopo la formazione dei team operativi, con l’obiettivo di portare le idee fuori dalla teoria e trasformarle in proposte. Ed è proprio questo è stato l’aspetto più interessante: la possibilità di costruire un luogo in cui la partecipazione non resta una parola astratta, ma diventa discussione, elaborazione e responsabilità.

Il tavolo su giovani imprese, lavoro e autonomia

Durante l’incontro ho avuto modo di proporre e tenere un tavolo di lavoro dedicato a una tematica “molto calda” pensata per i giovani under 35: Imprese, Lavoro, Giovani.

Il tema su: Imprese, Lavoro, Giovani affrontato nella sessione 1

Il punto di partenza è stato semplice: oggi molti giovani hanno idee, competenze e voglia di costruire qualcosa, ma spesso vengono bloccati prima ancora di iniziare. Aprire un’attività significa affrontare subito tasse, contributi, burocrazia, costi iniziali, difficoltà di accesso al credito e una grande incertezza sui primi mesi di lavoro.

È vero: in Italia esistono già diverse agevolazioni (quindi non ho scoperto l’acqua calda), bandi e strumenti a sostegno dell’imprenditoria giovanile e dell’autoimpiego. Pensiamo agli incentivi nazionali, alle misure regionali, agli strumenti gestiti da Invitalia, ai bandi dedicati al Sud o alle nuove attività. Tuttavia, dal confronto è emerso un problema molto chiaro: queste misure sono spesso frammentate, legate a requisiti diversi, scadenze, graduatorie, procedure complesse e tempi non sempre compatibili con chi vuole davvero partire.

Per questo la proposta discussa al tavolo non punta a creare l’ennesimo bonus isolato, ma una cornice nazionale stabile, semplice e accessibile, capace di coordinare e rafforzare gli strumenti già esistenti.

Impresa Giovane Italia: non solo incentivi, ma un ecosistema

La proposta Impresa Giovane Italia si fonda su alcuni pilastri principali.

Il primo riguarda migliorare la fiscalità agevolata nei primi anni di attività, per evitare che una nuova impresa venga schiacciata proprio nella fase più fragile, quando deve ancora consolidarsi, trovare clienti, sostenere investimenti e costruire stabilità.

Il secondo punto riguarda la riduzione dei contributi minimi nella fase di avvio, soprattutto per microimprese, autonomi, professionisti, artigiani e commercianti under 35. Spesso, infatti, il problema non è solo pagare le imposte, ma sostenere costi fissi quando l’attività non ha ancora entrate regolari.

Un altro elemento centrale è il credito d’imposta automatico per le spese iniziali, come software, attrezzature, consulenze, formazione, marketing, digitalizzazione e strumenti di lavoro.

A questo si aggiunge il tema del microcredito pubblico garantito dallo Stato, con procedure semplificate. L’accesso all’impresa non può dipendere soltanto dalle garanzie familiari, dal patrimonio di partenza o dalla possibilità di avere qualcuno alle spalle.

Ma la parte forse più importante della proposta riguarda l’accompagnamento. Non basta dire a un giovane “apri un’attività”: bisogna metterlo nelle condizioni di non restare solo. Per questo ho proposto un sistema di tutoraggio gratuito obbligatorio, con supporto su business plan, fiscalità, gestione economica, comunicazione, accesso ai bandi e sostenibilità dell’attività.

L’obiettivo è chiaro: aiutare i giovani non soltanto ad aprire un’impresa, ma a farla crescere in modo sano, stabile e responsabile.

Incubatori e acceleratori in ogni provincia

Dal confronto è emersa anche un’integrazione importante: la necessità di creare una rete provinciale di incubatori e acceleratori per giovani imprese, con almeno un Polo Impresa Giovane in ogni provincia italiana.

Questi poli potrebbero nascere valorizzando strutture già esistenti: Camere di Commercio, università, ITS, spazi pubblici, coworking, incubatori già attivi e associazioni di categoria.

L’obiettivo sarebbe quello di offrire a ogni giovane imprenditore un luogo fisico e organizzativo dove ricevere supporto concreto: dalla fase iniziale dell’idea alla nascita dell’impresa, fino alla crescita del progetto.

Non solo incentivi, quindi, ma un vero ecosistema fatto di competenze, relazioni, formazione, mentoring e collegamenti con imprese mature, professionisti e investitori.

Perché una giovane impresa non ha bisogno soltanto di partire. Ha bisogno di essere accompagnata nei momenti più difficili, quando un errore di gestione, una scelta fiscale sbagliata o la mancanza di contatti possono compromettere un progetto ancora prima che abbia avuto il tempo di dimostrare il proprio valore.

Parlare di imprese significa parlare anche di lavoratori

Uno degli aspetti più importanti emersi dal tavolo è stato questo: non si può parlare di imprese senza parlare anche di lavoratori.

Un’impresa non è fatta solo da chi la fonda. È fatta anche dalle persone che ogni giorno contribuiscono alla sua crescita. Per questo, una politica seria a sostegno dell’imprenditoria giovanile deve tenere insieme due esigenze: aiutare le aziende appena nate a sostenere i primi costi e, allo stesso tempo, garantire ai dipendenti condizioni di lavoro corrette, retribuzioni eque e possibilità di crescita professionale.

Da qui si è collegato anche il tema del salario minimo. Il confronto non si è limitato alla necessità di fissare una soglia sotto la quale il lavoro non possa essere pagato, ma ha riguardato anche il linguaggio e il significato politico delle parole utilizzate.

Si è discusso molto del concetto di “retribuzione dignitosa”. Una formula importante, ma forse non più sufficiente. Parlare di dignità è necessario, ma rischia di restare su una soglia minima, quasi come se il lavoro dovesse limitarsi a garantire la sopravvivenza.

Dal tavolo è emersa invece l’esigenza di parlare sempre più di retribuzione equa e giusta: una retribuzione proporzionata al lavoro svolto, alle competenze richieste, alle responsabilità assunte e al costo reale della vita.

In questa prospettiva, il salario minimo resta uno strumento importante per contrastare il lavoro povero, ma deve inserirsi dentro una riflessione più ampia. Il lavoro non deve essere pagato soltanto “abbastanza per vivere”: deve essere riconosciuto nel suo valore economico, sociale e umano.

Aiutare le imprese ad assumere senza penalizzare i lavoratori

Un altro punto emerso con forza riguarda il rapporto tra nuove imprese e costo del lavoro.

Le aziende appena nate, soprattutto nei primi anni, possono avere difficoltà a sostenere il costo pieno di un dipendente qualificato. Tuttavia, questa difficoltà non può e non deve ricadere sul lavoratore, attraverso stipendi bassi, contratti deboli o condizioni precarie.

Per questo, all’interno della proposta, è stata evidenziata la necessità di pensare a strumenti che aiutino le nuove imprese ad assumere personale qualificato con un costo previdenziale ridotto nella fase iniziale, senza però ridurre le tutele del dipendente.

La riduzione dovrebbe riguardare il costo contributivo per l’azienda, mantenendo piena tutela previdenziale per il lavoratore e vincolando il beneficio a condizioni precise: contratti regolari, formazione, stabilità, retribuzioni eque e controlli contro gli abusi.

L’obiettivo non è abbassare il valore del lavoro, ma fare l’esatto contrario: permettere alle imprese giovani di creare occupazione di qualità.

Perché un’impresa giovane non deve nascere sul lavoro povero, ma sulla competenza, sulla formazione e sulla possibilità di crescere insieme ai propri dipendenti.

Report ufficiale del tavolo

La sicurezza sul lavoro come tema centrale

Dal tavolo è emerso anche il tema della sicurezza sul lavoro, che non può essere considerato secondario.

Parlare di lavoro significa parlare anche di tutela della salute, prevenzione, responsabilità e cultura della sicurezza. Un Paese che vuole costruire futuro non può accettare che la sicurezza venga percepita come un costo, un ostacolo o un semplice adempimento burocratico.

La sicurezza sul lavoro deve essere parte integrante di ogni politica industriale, occupazionale e imprenditoriale.
Ancora di più quando si parla di nuove imprese, che devono essere accompagnate fin dall’inizio a costruire modelli organizzativi corretti, sostenibili e rispettosi delle persone.

Anche qui torna il tema dell’accompagnamento: formare un giovane imprenditore non significa solo insegnargli a vendere, comunicare o gestire i conti. Significa anche educarlo alla responsabilità verso chi lavora con lui.

Una proposta per costruire lavoro vero

La discussione del tavolo ha mostrato come il tema delle giovani imprese non possa essere affrontato in modo isolato. Parlare di impresa significa parlare di credito, fiscalità, burocrazia, formazione, territorio, lavoro, salario, sicurezza e diritti.

La proposta “Impresa Giovane Italia” prova a tenere insieme tutti questi aspetti, con un obiettivo preciso: dare ai giovani la possibilità concreta non solo di cercare lavoro, ma anche di crearlo.

Ma creare lavoro non può voler dire generare nuova precarietà. Deve voler dire costruire attività capaci di produrre valore, assumere in modo corretto, riconoscere le competenze e garantire condizioni eque.

È questa la differenza tra una semplice agevolazione e una vera politica pubblica.

NOVA come spazio di partecipazione concreta

La giornata di NOVA ha dimostrato che quando la politica torna ad ascoltare davvero, le persone non portano solo problemi: portano idee, esperienze, proposte e visioni. Il valore di questi momenti sta proprio nella possibilità di trasformare ciò che viviamo ogni giorno in materiale politico, in proposta, in programma.

Non basta dire che i giovani devono restare, lavorare, fare impresa o costruire futuro. Bisogna creare strumenti reali perché possano farlo.

NOVA, da questo punto di vista, è stato un momento utile proprio perché ha permesso di costruire confronto attorno a domande concrete relativamente al mio tavolo di lavoro: come si sostiene chi vuole fare impresa? Come si tutela chi lavora? Come si garantisce una retribuzione equa? Come si rende la sicurezza un principio centrale e non un obbligo formale? Come si costruisce un Paese in cui i giovani non siano costretti a scegliere tra andare via o restare fermi?

La giornata di domenica ha confermato che la partecipazione ha senso solo quando produce contenuti, quando permette alle persone di incidere e quando trasforma le idee in possibili linee programmatiche.

Il tavolo che ho avuto il piacere di coordinare ha provato a fare proprio questo: partire da un problema reale, l’autonomia economica e lavorativa dei giovani, per costruire una proposta nazionale capace di parlare di impresa, lavoro, formazione, credito, sicurezza e giustizia retributiva.

Impresa Giovane Italia non vuole essere l’ennesimo bonus. Vuole essere una cornice stabile per accompagnare chi ha un’idea, per sostenere chi vuole creare lavoro e per tutelare chi quel lavoro lo svolge ogni giorno.

Perché il futuro non si costruisce soltanto chiedendo ai giovani di avere coraggio. Si costruisce dando loro strumenti, fiducia, tutele e possibilità concrete.

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